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INTERVENTO DI S.E. MONS LUIGI NEGRI ALLA CONFERENZA STAMPA DI ANNUNCIO DEL VESCOVO ELETTO MONS. GIAN CARLO PEREGO

Sala del Sinodo - Palazzo Arcicescovile

15/02/2017

Intendo innanzitutto ringraziare Papa Francesco per la sollecitudine con cui ci invia il nuovo pastore, e quindi non si interrompe quella comunione apostolica che rende vive e reali le Chiese. A don Giancarlo, come gli ho detto al telefono ieri, augurandogli che si abitui a sentirsi chiamare “Eccellenza” – io ci ho messo qualche anno: “ora che entri in una Chiesa che ha fatto un cammino importante, significativo, ti chiedo di incontrare e ascoltare”. A lui, fin da questo momento, professiamo la nostra comunione ecclesiale e l’assicurazione della nostra obbedienza quando eserciterà in pienezza le sue funzioni episcopali, per noi e fra di noi. Non posso non ricordare con molta gratitudine il Santo Padre Emerito Benedetto XVI, da cui ho ricevuto questa Diocesi quattro anni fa, con parole che esprimevano una profonda partecipazione alle difficoltà di questa Chiesa. Lo ringrazio anche perché in questi quattro anni, tre volte ho potuto adire a lui e confrontarmi con lui ricevendo sempre l’accompagnamento della sua benedizione piena di affetto. Ho amato con tutte le mie forze la fede di questo popolo che mi era stato affidato, e il popolo è fatto di persone, quindi ho amato la fede di ciascuno di voi, quella fede che rappresenta l’unica, vera, grande risorsa che rende positiva la vita, nonostante tutte le fatiche, le lacerazioni, le contraddizioni, i dolori. L’unica cosa positiva della vita è che abbiamo incontrato Gesù Cristo, Signore della vita e della morte, colui che incontriamo nel mistero della Chiesa, in cui è sacramentalmente ma realmente presente, e nella cui Chiesa possiamo seguirLo così che la nostra vita diventi un cammino dietro di Lui e con Lui, verso il compimento della nostra vocazione. Amare la fede di un popolo vuol dire amare la varietà di vocazioni che in questo popolo sono presenti, perché la fede si compie maturamente solo nella vocazione, qualunque essa sia. Perciò ho amato la vocazione di ciascuno di voi. Ho cercato di servire la vocazione, innanzitutto e in modo non esclusivo, dei miei preti. Ho tentato di mettere in gioco la loro vita quotidiana con la fede, così come facevo per me stesso, perchè da essa tutto il resto ne dipendesse: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”, Mt 6, 33. Il regno di Dio e la sua giustizia sono la presenza di Cristo a cui consegnare ogni giorno la vita, nella preghiera e nella carità vissuta con i fratelli e per i fratelli. È stato un cammino vitale, faticoso e importante, intorno al Vescovo che costituisce la presenza significativa di Cristo e che, quindi, non può essere mai né scavalcato né ridotto nella sua presenza. Intorno al Vescovo segno di Cristo, senza il quale non si può compiere nulla di buono né per se né per la Chiesa, come ricordava alla fine del II secolo Sant’Ignazio di Antiochia.
Attorno al Vescovo siamo ripartiti come popolo di Dio. Dobbiamo ammetterlo, ci siamo ritrovati popolo di Dio, popolo che nasce dallo Spirito Santo, popolo che non nasce dalla carne e dal sangue, che non è alimentato o guidato da interessi, anche i più nobili, o dai desideri, o dalla volontà di emergere. È un popolo che mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore per il Signore. Questo abbiamo tentato di rivivere profondamente, e siamo lieti che – nonostante i nostri limiti, cominciando dai miei – il Signore Gesù Cristo, per intercessione della Madonna delle Grazie, ci abbia concesso il miracolo di ritrovare la fede, nel suo senso più profondo, e il miracolo di vivere la carità come espressione di questa fede. Questo abbiamo vissuto insieme, ed è stato faticosamente esaltante. Sacrificio e letizia è la vita cristiana: non c’è letizia senza sacrificio, ma il sacrificio deve introdurci quotidianamente a fare esperienza di quella letizia che il mondo non può dare e che soltanto il Signore Gesù dona ogni giorno a chi gliela chiede con umiltà e con determinazione.
Non ho detto soltanto “sì”, e non ho detto soltanto “no”, il Vescovo non può dire soltanto “sì” meccanicamente, e “no” altrettanto meccanicamente. Ho detto di “sì” quando la coscienza della presenza di Cristo mi faceva giudicare che le situazioni, le persone, il mondo in cui vivevamo attendeva il Signore; che c’erano tanti sintomi di attesa, che è toccato a me qualche volta leggere, portare a galla, perché nell’incontro tra la nostra comunità e gli uomini di questo tempo, questi si sentissero introdotti al grande mistero di Cristo, Signore della vita e della Storia. E ho detto non pochi “no”: ho detto “no” tutte le volte che il mondo ci ha presentato il volto diabolico di una società senza Dio e contro Dio, il volto diabolico di una società che ha completamente dissacrato i valori fondamentali dell’esistenza, cominciando dalla vita. Ho detto di “no” soprattutto quando questa irresistibile tendenza anticristiana ha assunto il volto di posizioni, addirittura di decisioni giuridiche, condotte con totale irresponsabilità delle istituzioni. “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no” (Mt 5, 37): il mio discorso è stato “sì” quand’era giusto per Cristo, non per il mondo, ed è stato “no” quando Cristo mi chiedeva di dire “no”, mettendomi contro le attese e le esigenze di un mondo senza Dio.
Ho capito e ho cercato di farvi vivere, fratelli, la grande verità contenuta in uno dei messaggi più stimolanti di San Giovanni Paolo II, al quale rinnovo la mia gratitudine, perché egli è stato il maestro nella mia vita di fede matura. Per San Giovanni Paolo II, dire la verità di Cristo e dell’uomo al mondo è il primo fondamentale modo di amare gli uomini, quella verità che il mondo desidera ma non può darsi, o che il mondo contesta senza riuscirci. Noi lo amiamo questo mondo, lo amiamo perché rinnoviamo al suo cuore e alla sua coscienza il grande annunzio di Cristo. Lo amiamo anche quando gli diciamo, sulla scorta dell’insegnamento del grande Papa Benedetto XVI, che l’apostasia dell’uomo e del mondo da Cristo comporta necessariamente l’apostasia dell’uomo da se stesso. Continuerete, lo spero per voi, a essere testimoni credibili di Cristo, e continuerete a essere capaci di questo giudizio sul male, dal quale nasce, impetuosa e irresistibile, inaspettata e inaspettabile, la carità; perché io non sono di quelli che ritengono che per essere veramente caritatevoli bisogna mettere fra parentesi la verità, ma sono di quelli che ritengono che la verità fruttifica e informa di carità continuativa.
Mi è chiesto oggi di lasciare questo campo in cui avevo lavorato con molta fatica ma anche con molta gioia, e perciò, obbediente alle leggi della Chiesa, mi ritiro, anche perché mi sembra così di verificare un grande afflato della tradizione cristiana: uno semina, un altro raccoglie. E confido che il Signore darà al mio successore la possibilità di verificare tutto il bene della nostra seminagione e tutta la fatica del nostro vivere.
Mi diceva Papa Benedetto XVI l’ultima volta: “Lei è un vescovo forte”. Sì, sono un vescovo forte perché non ho mai preteso che la forza nascesse da me, ma ho sempre chiesto al Signore che mi facesse essere forte, perché solo Cristo ci rende forti, perché solo lui è la nostra forza: “Tu fortitudo mea”.
Tutte le altre cose avremo modo di dircele dove avrò modo di sistemarmi, e quant’altro, ma adesso mi premeva che passassero queste, che sono per me come il suggello che la mia vita e la mia storia mi fanno dare a questo momento tanto importante di passaggio a un tempo nuovo della nostra chiesa. E così sia.

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