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OMELIA SANTA MESSA ESEQUIALE PER MONS. ALESSANDRO DENTI

Cattedrale di Ferrara

07/03/2017

Sia lodato Gesù Cristo!
Il giudizio su questa vicenda terribile l’ho già espresso a caldo: è una tragedia per la nostra chiesa. È una tragedia che fino all’ultimo, nella preghiera di tanti e soprattutto nei conventi di clausura, abbiamo tentato di evitare, di convincere Dio a non sottoporci a questa prova. Ha deciso che non dovesse essere così, e per questo la nostra stirpe, che è una stirpe di obbedienti, inchina la fronte davanti all’imperscrutabile volontà del Signore.
Non la amiamo in questo momento questa volontà ma la accettiamo.
Vorremmo dire qualche parola a te, caro don Alessandro.
La convivenza con te, la comunione con te, è stata fra le esperienze più grandi del mio servizio episcopale. Tu hai creduto a Dio, hai creduto a Cristo e non lo hai fatto per modo di dire. Hai consegnato a Cristo la profondità del tuo cuore, della tua vita, della tua affezione, della tua sensibilità, e per questo, incontrandoti, si sentiva aprire davanti a te questo spazio grande, protetto, misterioso e significativo che è il dialogo fra Cristo e il cuore di chi crede in Lui. Hai portato la letizia della tua fede nel mondo e tutti quelli che ti hanno incontrato, anche nei momenti più difficili, dovevano riconoscere che la tua letizia di fondo non era mutata.
Che la letizia ha accompagnato i tuoi passi ogni giorno della tua vita di fedele e sincero figlio di questa chiesa da cui hai ricevuto la fede e a cui hai dedicato integralmente la tua esistenza, non fino alla malattia, ma fino all’ultimo giorno della tua malattia, perché il tuo pensiero e il tuo sentimento erano per la Chiesa, e Dio non ti ha risparmiato. Dio prova i migliori.
La tua amicizia mi ha fatto entrare nei momenti più gravi del tua vicenda umana. Ricordo ancora la gravissima esperienza di tuo fratello che avevamo visitato insieme più volte, e per cui avevamo pensato una certa sistemazione, che sembrava tenere ma poi non è stato così. Ricordo l’inizio del tuo splendido servizio in Seminario in cui, con umiltà e con forza, hai assunto tutto il pregresso e, senza discussioni, lo hai portato ad un livello nuovo, al punto tale che il tuo Arcivescovo ha ricevuto le lodi dalla Santa Sede per la riforma del Seminario. Ma la riforma è stata fatta da uomini e tu sei stato uno degli uomini su cui ha poggiato questo inizio di cambiamento della formazione del nostro clero.
Obbedivi, non so se senza fatica, ma obbedivi.
L’unica volta che abbiamo avuto un confronto fu quando, senza essere convinto della intelligenza di ciò che avevamo ricevuto da più in alto di noi, ti convocai e ti dissi che la Santa Sede non vuole che i parroci guidino, propongano o sostengano i pellegrinaggi a Medjugorje, e ho aggiunto: non sono d’accordo ma anche tu devi obbedire, come me.
Sei rimasto in silenzio qualche istante poi, appena tornato a casa, mi hai telefonato dicendomi: «Eccellenza sono lieto di obbedirle».
Questo mi ha travolto in te, don Alessandro: la fede limpida e quasi fanciullesca.
Non ho conosciuto i tuoi genitori ma ho visto te, e quindi sono certo che la scuola dei tuoi genitori ti ha passato la grande eredità che ogni generazione riceve dai suoi antenati, se sono veri come lo sono stati certamente i tuoi.
Il tesoro delle fede per cui si può affrontare l’esistenza nella sua complessità, nella sua contraddizione, nei suoi dolori e nelle sua fatiche; non come se non ci fossero ma vincendole come prove che il Signore ci manda per maturare la nostra vita.
Così hai affrontato la malattia, così l’hai vissuta, aprendo anche durante questa prova il tuo cuore a chi ti cercava, forse qualche volta andando al di là delle tue forze.
Tutti noi che siamo qui, siamo qui per dirti che ti abbiamo portato nel cuore in questi anni e ti porteremo nel cuore sempre, perché hai condiviso con noi la fede, don Alessandro, hai condiviso l’amore a Cristo e alla sua Chiesa, e ti sei donato integralmente per Lui con una intelligenza straordinaria. Non sei stato un buonista, per il quale non c’è né bene né male, né gioia né dolore né peccato; no, tu avevi una chiara distinzione invalicabile fra ciò che è bene e fra ciò che è male. Tu avevi il senso profondo dell’uomo, e che l’uomo porta in questo dialogo col mistero di Cristo, cioè il suo limite che deve essere assolto. Il giudizio è necessario nella confessione perché chi confessa senza dare un giudizio non confessa secondo l’intendimento della Chiesa. Il tuo giudizio era chiaro ma poi si apriva nella straordinaria capacità di perdono di cui solo Cristo ci rende capaci, ricordandoci che noi non perdoniamo perché nessuno sbaglia, ma perché tutti sbagliamo, cominciando da noi.
Potrei andare avanti tanto, don Alessandro, ma ti dirò solo che ti ho voluto bene perché tu mi hai voluto bene. Questa reciproca amicizia ha reso meno triste l’esistenza, che è sempre un po’ triste, come mi diceva un mio maestro tanti anni fa: la vita è triste, ma è meglio che sia triste altrimenti sarebbe disperata.
Mai, anche nei momenti più tristi, lessi sul tuo volto e nelle tue parole la disperazione, bensì la volontà di inchinare la tua vita e il tuo cuore a questa prova grandissima per passarci dentro e crescere nell’amore a Cristo e alla sua Chiesa.
Questo è ciò per cui non ti dimenticheremo mai, perché il tuo posto nella Chiesa di Ferrara-Comacchio è fissato in modo indelebile, così come già vivi nella gloria eterna del tuo Dio che hai servito senza esitazioni dal primo all’ultimo momento della vita: perdonaci e continua a camminare con noi, anche se in modo diverso ma non meno reale. Così sia.

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