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A cento giorni dall’ingresso: intervista a Mons. Luigi Negri

28/06/2013

A 100 giorni dal suo ingresso in Diocesi abbiamo chiesto all’Arcivescovo Mons. Luigi Negri alcune considerazioni sull’esperienza maturata e sulle possibili scelte future.

In questi primi mesi ha già potuto incontrare e conoscere molte realtà, sia dentro la chiesa locale che sul territorio, a livello Amministrativo e Istituzionale. Possiamo fare un primo bilancio?

Vorrei prima di tutto sottolineare il senso profondo di una grande accoglienza di cui sono stato oggetto, e della grande speranza che mi viene testimoniata in tutti gli incontri, sia quelli ecclesiali che quelli civili. Parlo di un’attesa di autorevolezza esplicita, quella che non è possibile senza avere una proposta di vita autentica. Qualsiasi altra autorevolezza o diventa autoritarismo, come forse è stato nel passato, o diventa estraneità.

Oggi l’autorità, purtroppo, anche a livello ecclesiastico, è sentita estranea perché difficilmente si riesce a capire in che cosa consista la sua proposta di vita. Si conoscono le competenze istituzionali, che sono spesso esplicitate e accompagnate da un certo apparato ecclesiastico che durerà ancora decenni, ma non la sua proposta di vita.

Sotto questo aspetto devo dire che cattolici e laici, incontrati sia muovendomi per la città che nelle sedi istituzionali, mi hanno mostrato una fortissima simpatia, anche umana dovuta forse al mio modo di pormi e al mio temperamento, a conferma dell’idea maturata in questi miei ultimi anni di episcopato che il presente e il futuro della Chiesa, e della società, è legato ad un dialogo intenso e serio fra cattolici non clericali e laici non laicisti.

E riguardo al prossimo futuro?

Certamente dentro questa grande accoglienza ho incominciato a intravedere le linee di un lavoro che sarà molto intenso, per certi aspetti anche pesante, soprattutto penalizzato dalla relativa brevità di questo episcopato.

La prima riguarda il cammino propriamente ecclesiale.

Si tratterà di affrontare per la prima volta con decisione il tema della Nuova Evangelizzazione. Non come un tema teorico, omiletico o pastorale in senso ristretto, ma come la grande novità da riportare nel cuore di tutti quelli che, toccati dalla fede, oggi se ne trovano distanti, come ha detto Benedetto XVI nel recente Sinodo. Si tratta di una consapevolezza profonda e di una novità di esperienza che la Chiesa deve vivere in tutte le sue articolazioni.

Ci deve essere una Nuova Evangelizzazione in parrocchia, nelle strutture associative della vita ecclesiale, nella vita delle singole persone e nella loro presenza missionaria e culturale negli ambienti che frequentano. La Nuova evangelizzazione non è una cosa fra le altre ma è la forma stessa, come dicevano una volta i Tomisti, della vita.

Si tratta di una grande sfida ma non possiamo recedere da questa prospettiva aperta da Giovanni Paolo II e approfondita da Benedetto XVI ed ora riproposta, in termini semanticamente nuovi, da Papa Francesco quando dice che bisogna portare Cristo, la novità della vita in Lui, alle periferie dell’esistenza. Le periferie sono dentro la vita dell’uomo del piccolo paese del Bondenese come dentro le grandi città e dentro le strutture culturali, sociali e politiche.

Si tratta di una grossa sfida e mi sembra di avere già intravisto una vasta realtà di preti e di laici disponibili a correre quest’avventura per la loro vita. Come ho già detto negli incontri vicariali e in molte altre occasioni, ho incontrato gente che non vive soltanto una tensione di generosità nei confronti delle strutture ecclesiali ma che vive anche la verità del proprio essere e appartenere alla Chiesa, e la conseguente generosità, verso le realtà più semplici e nei modi più umili. Ho sempre davanti agli occhi l’esempio delle signore che puliscono le chiese, che ho trovato sempre così dignitose, anche quelle solo parzialmente agibili dopo il terremoto. Queste signore, nelle semplici cose che fanno, esprimono una preoccupazione esteticamente piena di fede.

Concretamente con cosa dovrà misurarsi la Nuova Evangelizzazione nella nostra realtà Ferrarese-Comacchiese?

La Nuova Evangelizzazione avrà bisogno di misurarsi a fondo con le due grandi sfide che vengono dalla realtà e dalla storia di questi ultimi mesi.

Per prima la questione del terremoto, che ci sollecita ad una nuova solidarietà a livello ecclesiale e sociale, perché il terremoto rappresenti una sfida positiva e non un disastro. Per cui occorre rinnovare una capacità di andare oltre i guasti del terremoto che non solo soltanto, come diceva il Card. Caffarra, i guasti delle strutture ma i guasti e le rovine delle anime. Quindi rinnovare l’esperienza della fede in modo tale che questa sfida, che è esistenziale, materiale, economica e sociale, possa essere vissuta in modo positivo. Pungolando anche le Istituzioni a fare la loro parte, perché come ho detto, e mi sembra che la formula fosse abbastanza felice, non si può vivere l’emergenza come se fosse normalità. Se questo accade vuol dire che qualcosa non funziona. E qui ciò che non funzione è assolutamente chiaro, ed è anche chiaro che la pazienza dei Vescovi, ed in particolare quella del Vescovo di Ferrara-Comacchio, non sarà senza fine.

L’altra grande sfida, che la Nuova Evangelizzazione dovrà affrontare, è quella che viene dalla terribile crisi economica che esige modi nuovi di presenza nella vita ecclesiale e sociale.

Una crisi che credo non si sia ancora percepita nella sua reale portata ed ha bisogno di una educazione di tutti a nuove forme di sobrietà e di solidarietà.

Voglio ridirlo, ripeterlo vibratamente e cogliere ancora questa occasione per sottolinearlo: è inutile prendersela con chi non capisce le questioni economiche quando la generazione adulta, e addirittura le istituzioni, consentono a centinaia o migliaia di giovani di bruciare la loro vita, quasi tutte le notti, in enormi sbronze di alcol e droga. Stanno a vedere e, al massimo, intervengono per ridurre le conseguenze negative sul piano dell’estetica della piazza o della vita della città.

Certamente non consentirò più, e studieremo i modi, che la piazza della Cattedrale, corpo unico con la Cattedrale stessa, e quindi nella piena disponibilità della Chiesa di Ferrara-Comacchio, possa servire a queste vicende che, come ho già detto altre volte, sono postribolo a cielo aperto.

Come pensa che la nostra comunità cristiana possa attrezzarsi per queste sfide?

Per rispondere veramente dobbiamo capire anche tutte le difficoltà del passato che diventano limiti per il presente. Non che prima di me ci siano stati solo limiti, assolutamente, è sempre meglio pensare che ogni persona si esprime con il massimo dell’intelligenza che gli è consentita.

Devo però dire che, per quanto riguarda la presenza nella vita culturale, sociale e politica, i cristiani sono assenti come tali.

E’ come se il cammino della fede si fermasse nell’ambito della propria vita personale, al massimo famigliare, nelle vicende di una pratica spirituale e devozionale sufficientemente intensa, anche se in calo in città, ma che non investe le grandi questioni culturali, sociali e politiche su cui si gioca il presente e il futuro della società.

C’è come un “sentiero interrotto”, per usare un’espressione di Heidegger nei confronti della storia della filosofia occidentale, che la Chiesa, nel Magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ha vigorosamente aperto ma che qui resta interrotto. Il problema non è la presenza di cattolici che, con una certa spiritualità e una certa pratica di fede e morale personale, si impegnano nella vita politica. Il mio problema è: come si impegnano nella vita politica? Quali sono le istanze profonde alla luce delle quali si compiono analisi di carattere politico? Le scelte possono essere diversificate ma la radice, il corpo della presenza dei cattolici, è unitario sia come esperienza di fede che come unità culturale. I criteri fondamentali della presenza socio-politica dei cristiani, come ricorda la bellissima nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2002 sui criteri fondamentali per la presenza dei cattolici in politica firmata dall’allora Card. Ratzinger, si possono sintetizzare nei valori non negoziabili della dottrina sociale della Chiesa. Vorrei che ci chiedessimo seriamente, noi cattolici e in particolare noi ecclesiastici, se nelle scelte politiche di tanti nostri compagni di strada (nel senso di appartenenti all’esperienza ecclesiale) in primo piano ci siano i valori non negoziabili alla luce dei quali si impostano analisi di carattere socio-politico e quindi economico, e a seguire scelte anche di alleanze oppure no.

A me sembra che qui da noi, come nel resto d’Italia, in primo piano ci siano le analisi, le simpatie, le sintonie, che sono tutte legittime ma non possono essere il valore fondamentale. I valori non negoziabili vengono richiamati ogni tanto e in modo sempre più flebile. Penso alla vita, alla famiglia, alla paternità e maternità, alla giustizia sociale in senso cattolico e solidarista, e non scimiottando i discorsi del sindacalismo da una parte o del capitalismo debole dall’altra.

C’è un cammino educativo lungo il quale la Chiesa è chiamata a ritrovare la fede, la cultura, la morale e la politica, come ha detto Papa Francesco al Presidente della Cei e quindi a tutti i Vescovi pertanto anche a me, che ero lì presente. “Sono cose vostre” ha detto il Papa, e quindi non si può interrompere l’azione educativa della Chiesa, ed essa non delega a nessuno le responsabilità che sono sue. Certamente in Italia, e certamente qui, si deve uscire dal silenzio, da una chiesa del silenzio che non è stata l’esito di un totalitarismo pesante ma che si è autosilenziata, o perlomeno ha rischiato di esserlo, a fronte di un totalitarismo duro ma soft: duro come pratica politica ma sufficientemente scaltro e apparentemente benevolo nell’esercizio della vita socio-politica.

Sento ciò che ho detto come una grande sfida alla mia vita di Pastore e di cristiano, e vorrei comunicare a tutti il bruciore di questo disagio perché diventi preghiera al Signore affinché ci cambi il cuore e l’intelligenza ma soprattutto ci renda impetuosi nell’azione.

Non inamidati, come dice il Papa, non silenziosi e quieti per paura di sbagliare. Anch’io come Papa Francesco preferirei una Chiesa di Ferrara-Comacchio che può sbagliare ma perché è viva, anziché una Chiesa che non sbaglia mai. Gli unici che non sbagliano mai sono quelli che non sono più sulla terra, sono i morti.

a cura di Massimo Manservigi

(da la Voce di Ferrara-Comacchio del 28 giugno 2013)

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