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Intervista a “la Voce”

03/03/2013

Domenica 3 marzo il nuovo Arcivescovo Mons. Luigi Negri farà il suo ingresso nell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio.

Nell’intervista al direttore del settimanale diocesano “la Voce di Ferrara-Comacchio” le prospettive del nuovo Arcivescovo.

- Nel suo messaggio alla Diocesi di Ferrara-Comacchio del 1 dicembre 2012, prima di parlare di contenuti lei usa 4 verbi di incontro: “ci incontreremo, ci conosceremo, ci accoglieremo reciprocamente, ci vorremo bene...” che indicano uno stile e una modalità di rapporto.

Il Santo Padre Benedetto XVI lo ha richiamato molte volte e recentemente anche all’interno del Sinodo per la “Nuova Evangelizzazione”: la Chiesa non è un’organizzazione ma nella sua radice ultima è un dono. Ha bisogno certo di strutturarsi ma sempre al fine di essere un dono, il dono che lo Spirito Santo fa ai credenti implicandoli in maniera definitiva con il mistero di Cristo morto e risorto, attraverso il battesimo e facendoli partecipare poi alla vita del popolo di Dio.

Con le parole da lei citate ho voluto dire che in senso profondo, in primo piano, c’è un “modo” da non intendersi come espressione della propria individualità soggettiva, dei propri desideri e progetti, ma come un dono che abbiamo ricevuto e che dobbiamo fare nostro, viverlo profondamente. Se l’esperienza della chiesa è la partecipazione viva al “modo” di Dio e di Cristo che si dona a noi allora saremo davvero capaci di quella straordinaria unità che si articola in tutte le diverse potenzialità, vocazioni, compiti e iniziative. Se perdiamo di vista questa radice gratuita che è il fatto che il Signore si comunica a noi, e così facendo ci fa comunicare al Padre, allora la chiesa diventa una realtà tutto sommato dominata da criteri sociologici. Il Papa ha detto che se viene meno il senso della comunione sacramentale irrompe nella chiesa la politica, intesa in senso ecclesiale come contrapposizione implicita o esplicita di opzioni.

Ecco io credo che la prima fondamentale preoccupazione che ho, incontrando questa chiesa che è gloriosa per la sua tradizione ma che convive anch’essa, come tutte le chiese di occidente, con una certa debolezza, il problema per me è di riproporre e testimoniare questa origine gratuita della chiesa per potervi partecipare vivamente e trovare in essa le modalità di realizzazione di un’unica vocazione: essere realmente popolo di Dio nella varietà delle situazioni personali.


1.1. 1- Come vede la Diocesi nella storia passata e nel presente?

L’impressione che ho avuto studiando la storia della Diocesi è che siamo di fronte ad una tradizione gloriosa; gloriosa per la fede e non tanto per le glorie umane che pure non sono mancate. Penso ad esempio al Vescovo Fontana nel passaggio dal governo degli Estensi allo Stato Pontificio: lì si è ha messa in azione la fede come fondamento vivo e dinamico, dovendo risolvere problemi reali, socio-economici, di territorio, di rapporto con la terra e con le acque, non sempre amiche. In Diocesi la fede si è spesso mostrata come capace di fare cultura ed ha espresso grandi personalità sul piano teologico almeno fino alla metà del secolo scorso, in legame con la scuola teologica del Seminario. Ho proprio avuto la percezione che sia stata la fede il punto di riferimento dinamico e costruttivo di tanti secoli. Credo però che anche questa chiesa, negli ultimi decenni, come tutte le chiese, sia stata investita da una crisi che non si aspettava. Un’opposizione radicale, che non bisogna spaventarsi a chiamare con il suo nome: “cristianofobia” l’ha definita il Papa, che si esprime da una parte come tentativo di eliminare ogni riferimento alla tradizione e dall’altra come volontà di omologazione della società su criteri banali. Aveva ragione Hannah Arendt quando parlava della categoria della banalizzazione. Certo lei parlava del male nazista, ma credo che valga in generale per il nostro tempo che cerca di banalizzare la vita, dopo la fine delle grandi ideologie. Quindi io credo che la sfida da raccogliere sia di testimoniare che il cristianesimo contiene l’unica possibilità per superare la banalizzazione della vita umana e per ridare alla essa le sue dimensioni autentiche: di verità, di libertà, di dignità, di costruttività, di capacità di sacrificio e di lavoro, di sopportazione delle circostanze pesanti, come ad esempio la crisi in cui versa il nostro Paese dalla quale non si esce semplicemente con interventi di carattere tecnico. Per dirla in termini cari a Papa Benedetto noi ci troviamo in un periodo in cui si rende necessaria una “Nuova Evangelizzazione”. “Nuova” perché si rivolge a gente che, toccata dall’annuncio cristiano, se ne è poi allontanata, volontariamente o meno. La fascia imponente della nostra realtà sociale è fatta da questi cristiani che non sanno più quasi nulla del cristianesimo ma che possono riprendere i fili di ciò che hanno abbandonato. Questo miracolo può avvenire.
1.1. 2- Sempre nel suo messaggio alla diocesi ha espresso il desiderio di dialogo con “i nostri fratelli uomini”.

Come ho detto alle autorità istituzionali del Montefeltro nel mio saluto, la chiesa quanto più prende coscienza della sua identità, e cerca di viverla in una dimensione di missione, come ci ha insegnato il Beato Giovanni Paolo II, tanto più sente di dover partecipare alla vita della società. Il Concilio Vaticano II ribadisce che la chiesa non può non fare proprie le gioie e i dolori, le difficoltà, le tensioni, le fatiche degli uomini.

Io credo molto che se la chiesa si muove bene possa diventare fonte di grande rispetto per la società civile. Ci sono distinzioni invalicabili tra la vita sociale e quella ecclesiale: la chiesa non cerca egemonie, non vuole fare invadenze. Forse in altri tempi ma non oggi. Oggi i cristiani debitamente formati devono partecipare alla vita della società dando il loro contributo di carattere morale e ideale perché la società diventi articolata e ricca. Non uniforme e appiattita sulla mentalità mass-mediatica. Ritengo che la sfida che viene a me come Vescovo è quella di favorire il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà. Questa realtà laica che, come dice il Papa, vive aperta al Mistero e, ribaltando la formula tradizionale, direi “vive come se Dio esistesse”, deve essere soggetto interlocutore. In un mio intervento al Meeting di Rimini ho detto che il nostro presente e futuro è legato al dialogo fra cristiani non clericali e laici non laicisti. Non dobbiamo perderci tanto in analisi sull’evoluzione delle forme ideologiche o immediatamente correre a valutare le corrispondenze di carattere pratico, che poi al di là dei nostri intendimenti possono diventare anche connivenze quando non complicità.

Dobbiamo dialogare con i nostri fratelli uomini e questo dialogo apre tutte le possibilità di collaborazione per il bene comune, perché il bene comune non è il bene di una parte che lo impone alla società, ma è una realtà nuova che eccede i singoli beni particolari e che si costruisce nella misura in cui tutti quelli che hanno qualche cosa di significativo da dire sul bene comune lo fanno.


1.1. 3- Dialogo con la società civile vuol dire anche con quella parte che ha a che fare con l’economia e la finanza, attualmente vista con molto sospetto…

Per me è stata un’esperienza molto importante quella fatta a San Marino con la “Fondazione Giovanni Paolo II” per dottrina sociale della Chiesa, perché dopo aver fatto una serie di incontri con personalità cattoliche e laiche e aver realizzato un corso di dottrina sociale della chiesa sui grandi temi, abbiamo cercato di investire alcuni livelli delicati del mondo economico quale quello bancario. Ci siamo avvalsi della collaborazione dell’Università Cattolica, la scuola di alti studi economici, ed abbiamo organizzato dei corsi per manager delle varie realtà bancarie, più di 100. E’ stato per me un fatto significativo: ho verificato che la dottrina sociale della chiesa funziona, e funziona proprio nel corpo vivo della costruzione della realtà socio-economica. Non è un premessa spirituale, né un eventuale “a posteriori” di carattere morale che cerca di ridurre le conseguenze negative del processo economico. Molti economisti cattolici ci hanno insegnato questo, ma io ho sperimentato che la fede può avere un ruolo proprio nell’attuarsi del processo economico. E’ la grande intuizione di Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate”: l’antropologia della gratuità come categoria portante delle questioni economiche ad ogni livello. La fede c’entra eccome, anche nell’economia, e permette ai cristiani di portare il loro contributo per impedire che il processo economico non venga ideologizzato ma resti aperto agli incontri e ai tentativi diversificati. Ricordo che la fede, come ci dice il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, costituisce un orizzonte culturale originario e originale a cui non sfugge nessuna problematica. La fede costituisce non solo il criterio interpretativo del reale ma anche la motivazione concreta dell’impegno. E’ la fede che apre orizzonti di conoscenza, ma la fede è anzitutto un’esperienza di vita buona, di vita nuova. E questo, come dicevo, fa si che, soprattutto con la “Caritas in Veritate”, l’esperienza della fede costituisca un intervento diretto sul processo di carattere economico finanziario.


1.1. 4- Lo stesso vale per l’impegno culturale, sociale e politico?

Naturalmente vale lo stesso principio. La chiesa non può pensare di stare silenziosa di fronte alla realtà sociale e ai suoi problemi, perché questi sono i problemi più alti dell’esperienza umana. I greci dicevano che il vertice della virtù è la virtù politica. Per questo, l’ho detto tante volte, noi non dobbiamo correre immediatamente come chiesa all’analisi strettamente specifica e neanche indicare delle soluzioni concrete nel senso tecnico. Noi dobbiamo formare un popolo, ovvero persone che in forza di una maturazione acquisita investono la realtà sociale secondo la specificità delle proprie competenze e della propria vocazione. Tutto il complesso della politica è forma esigente di carità, come ha recentemente detto il Papa. Ne consegue che noi dobbiamo scegliere la strada della formazione: formare laici che si assumano le responsabilità che la politica esige, anche con la possibilità e il rischio di sbagliare, e che sentano fortemente la necessità di partecipare, scegliendo “formazioni” e persone quantomeno non lontane dai principi non negoziabili della dottrina sociale.

E’ la grande sfida odierna: formare laici capaci di investire la realtà sociale di una visione originale a partire dalla quale è possibile dialogare con tutti quelli che si sentono di dare il loro contributo. Perciò da un lato non dobbiamo sostituirci ai laici nelle decisioni da prendere, ma allo stesso tempo i laici non possono pretendere che la politica sia soltanto analisi: la politica è una missione in cui deve essere chiaro sia il soggetto che va in missione che il perché ci si va. E qui la fede ha molto da dire.

Vorrei anche sottolineare come il nostro sistema democratico sia estremamente fragile, forse il più fragile mai conosciuto nella nostra storia: contrapposizione violenta di ordini che dovrebbero esser distinti e senza reciproche invadenze. Ordini che si considerano assolutamente autoreferenziali con la capacità di intervenire a tutti i livelli nel campo di altri poteri. Penso a che cosa significhi, per la possibile debolezza di un sistema democratico, che i magistrati entrino nella vita politica come candidati, contraddicendo esplicitamente quello che la Costituzione non ha vietato formalmente, ma ha vietato sostanzialmente perché se si dice che i magistrati non possono militare in un partito politico mi sembra che a maggior ragione non possano intervenire nella vita sociale a favore di una parte politica. Questo ci fa anche pensare che siamo stati per decenni di fronte a certi livelli della Magistratura che hanno affrontato i problemi della giustizia con una preoccupazione ideologica. Affrontare la situazione politica oggi vuol dire scegliere realtà e persone affidabili ma anche sotto questo aspetto mi chiedo, o meglio chiedo ai cristiani di ogni schieramento: come mai non si è fatto nulla per permettere ai cittadini di scegliere le persone? L’ attuale legge elettorale infatti impedisce di scegliere davvero, e nessuno ha fatto nulla per cambiarla. E’ scandaloso. Credo che la sfida sia molto grande, e noi dobbiamo essere rigorosi nel richiamare i principi. Aiutare un incontro tra i principi e la situazione concreta in modo che poi i nostri laici siano in grado almeno di partecipare con delle ragioni chiare e, di conseguenza, fare le scelte adeguate.


1.1. 5- Sono tante le criticità sociali a cui lei fa riferimento nel suo messaggio, che fanno appello alla giustizia e alla carità. Possiamo sentire ancora qualche riflessione al riguardo?

I principi non negoziabili che vanno dalla difesa della vita, sin dal suo sorgere, fino alla famiglia: una, unica, eterosessuale, alla nascita ed educazione dei figli, non costituiscono un complesso ideologico. Lo dico con una certa forza perché ho visto che alcuni, anche di chiara ispirazione cattolica, hanno affermato che questi valori possono diventare un’ideologia. Al contrario essi sono la coscienza di una vita buona e la sua espressione. Vanno difesi per renderne possibile la sperimentazione nella società. Se non vengono vissuti e sperimentati, e quindi proposti alla società, essa perde un fattore fondamentale della sua verità e della sua consistenza. Non sono affatto ideologia ma sono un’esperienza, l’esperienza della fede nel suo impatto nativo con la vita sociale. Sant’Ambrogio espulse dalla cattedrale di Milano il cristianissimo imperatore Teodosio dicendogli: “Tu sei una grande cosa imperatore, ma sotto il cielo, e io difendo i diritti del cielo”. Non c’è la fede senza affermare immediatamente che la politica non è totalizzante, che l’istituzione non è divina: all’istituzione va il rispetto ma a Dio va l’adorazione.

Quindi alla base c’è la difesa della vita buona, dei valori non negoziabili, e alla luce di questi dobbiamo affrontare i grandi e gravi problemi sociali in atto.

Sotto questo aspetto un vescovo non può tacere. Ad esempio è pensabile che noi non diciamo che la situazione di povertà in cui vive oggi il nostro popolo è una sfida terribile? Si tratta di vedere cosa i prossimi governi faranno per non ridurre il problema del bene comune al funzionamento dei conti. Va bene far quadrare i conti, mi esprimo semplicemente per farmi capire, ma ci si deve fare anche carico della quantità inaudita di famiglie che rischiano di non arrivare a nutrirsi in maniera adeguata, e non parlo dei senza tetto ma di professionisti che hanno magari posti importanti nella società. La politica non può essere tecnocrazia svuotata di valori, ma deve poggiare su solide basi antropologiche. Non se ne esce con soluzioni tecniche ma con strategie che mettano in moto dinamismi di sviluppo concreti e reali, direi anche educativi. Si tratta di educare un popolo a non restare passivo bensì a recuperare, ad esempio, tanti tipi di lavoro che sono stati per decenni sottovalutati e che possono benissimo essere ripresi perché hanno la stessa dignità dei lavori intellettuali e tecnologici. Inoltre non si può uscire dalla povertà senza mettere in preventivo di recuperare un valore come il sacrificio, che è inevitabile, anche se lo si vuole sempre mettere da parte. La chiesa non può non dire che la povertà è un problema che va affrontato in modo critico e realistico e niente affatto tecnico. Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” ribadisce che la nuova modalità espressiva dell’ideologia oggi è l’assolutizzazione della tecnica. Con la sola tecnica non si va da nessuna parte.



8 – Lei dice che “il cristianesimo genera una cultura vera della persona e del popolo”. Ci può parlare di questa cultura?

Intendo collegarmi a quello che il Card. Ruini nel progetto culturale della chiesa italiana ha chiamato la “questione antropologica”. Nel contesto culturale attuale noi non possiamo non aprire con grande coraggio la grande questione dell’uomo, su chi sia l’uomo, le sue tensioni positive e gli innegabili limiti. Non possiamo non chiederci che cosa vuole l’uomo per la sua vita, vuole la beatitudine intesa come pienezza, anticipata nel tempo ma realizzata fuori di esso. Per questo noi non possiamo accettare l’antropologia di carattere mass-mediatico che ci propina il singolo individuo teso alla realizzazione del proprio benessere, costi quel che costi. Come ha ben detto il Card. Caffarra, oggi alla verità si è sostituita l’opinione, al bene il benessere, alla giustizia il consenso sociale. Questo è la condizione in cui dobbiamo agire, e perciò dobbiamo riaprire la questione di fondo sull’uomo. La chiesa in tale contesto deve fare un grande lavoro di educazione verso suoi figli ad una consapevolezza piena della fede, e verso gli uomini di buona volontà perché riscoprano il fascino e la drammaticità dell’esistenza. Quando dopo la morte di Giovanni Paolo II ho mandato un biglietto di condoglianze al suo segretario, l’attuale Card. Stanisław Dziwisz, lui mi rispose che “questo grande Papa ha insegnato ai cristiani ad essere cristiani e agli uomini ad essere uomini”. Io credo che questo è il compito politico e culturale della chiesa. Se essa riesce a viverlo è già oltre se stessa, è già verso tutti gli uomini.



9 - Cultura in senso forte è certamente l’arte e la potenza della bellezza. A questa il contemporaneo è molto sensibile, e la chiesa la conosce bene. Sotto tale aspetto lei ha fatto molto a San Marino.

L’arte è l’organo dell’Assoluto, diceva Fichte. Nell’arte c’è un cammino inesorabile verso l’assoluto ma anche già una sua implicita presenza, un’ineffabile presenza. Ed è anche vero che la categoria per comprendere di più il cristianesimo è la bellezza. “Che cosa diremo di questa bellezza totale e assoluta del Signore Gesù Cristo!” diceva Gregorio di Nissa.

In questo senso ho voluto subito valorizzare la bellezza artistica di questi luoghi, di cui ha parlato il Papa nella sua visita pastorale. Abbiamo fatto la grande mostra “Arte per mare” che è stata forse il primo strumento per raccogliere un’esperienza artistica che veniva dal nord, dall’esperienza di Marino e Leone, dalla Croazia e Slovenia ma anche dalla grande tradizione artistica greca ricevuta attraverso la cultura ravennate. E poi la grande integrazione reciproca tra le due sponde dell’adriatico, concepito come un luogo di grande arricchimento tra culture, tradizioni, chiese e artisti, prima che diventasse per decenni cortina d’acqua e di ferro. Poi ho voluto ridare vigore al Museo Diocesano del Montefeltro, iniziato dal grande Mons. Bergamaschi, attraverso il restauro di tre grandi palazzi che raccolgono l’espressione artistica nella sua attualità affinché il popolo cristiano possa recuperare la tradizione che gli appartiene ma è anche aperta laicamente a tutta la società. Attualmente sia il Museo che la grande Biblioteca sono utilizzati tanto dalle scuole quanto da una grande quantità di ricercatori. Ho detto tante volte al clero che la grande arte è anche una risorsa straordinaria sul piano catechetico. S’imparano di più i valori della fede visitando una basilica e una cattedrale che ascoltando fiumi di parole che, invece di introdurci nel Mistero, ce ne fanno allontanare. E’ una grande battaglia da fare. Non per essere semplicemente custodi di beni artistico-turistici ma per aiutare chiunque a visitarli nell’ottica della fede.



10 – Per concludere lei dice che “la vostra appartenenza alla chiesa sia sempre più autentica”. Cosa è importante oggi per appartenere alla chiesa?



Per appartenere alla Chiesa è importante una fedeltà ai momenti e ai punti che segnano l’incontro con Cristo e con la ricchezza della vita della sua comunità. Sono convinto che debba essere valorizzata la pluralità delle forme attraverso le quali lo Spirito chiama a fare l’esperienza del Signore. C’è un’inevitabile carismaticità di fondo che non contrappone istituzione a carisma, bensì l’istituzione finisce nel carisma. Non esiste un carisma in astratto ma nella concretezza. Vorrei valorizzare, in modo ordinato, la varietà delle esperienze per aiutarle a vivere la loro specificità con grande rispetto delle altre esperienze. Poi chiederei a questa pluralità di forme l’unità intorno al Vescovo, unità nella missione, perché dentro il mondo non siamo di nessuno se non della chiesa di Dio a cui apparteniamo. Oggi è fondamentale questa unità delle parrocchie, gruppi, associazioni e movimenti, dentro l’unica vita diocesana, non come esecutori di programmi astratti ma come gente che offre il proprio contributo alla grande preoccupazione missionaria della chiesa. A San Marino non ho chiesto grandi cose alle realtà ecclesiali ma che fossero con me nel programma generale che è passato attraverso la ripresa della cultura, della carità e della missione.

Vorrei concludere ringraziando Mons. Rabitti per quello che ha significato per la Chiesa di Ferrara-Comacchio in questi anni. Per la sua grande sensibilità ecclesiale che lo ha reso veramente padre di questa Diocesi, e perché ha saputo coagulare i laici in modo cordiale non solo nei suoi confronti ma fra di loro e operativamente. Credo che portare avanti questa tradizione che ricevo dalle sue mani voglia proprio dire quello che ho detto lungo tutta questa intervista: rendere la chiesa di Ferrara-Comacchio sensibile alla propria originalità e decisa a vivere la missione.

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