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CREARE RESPONSABILMENTE UNA SOCIETA' DIVERSA

Casa Cini 18 marzo 2014 Decennale “NADIYA”
18/03/2014

24/03/2014

I nostri compatrioti emigranti hanno vissuto la precarietà sostanziale dal punto di vista dello stanziamento e dal punto di vista del sostentamento. Era in fondo una storia di desiderio di dignità, nella quale questi nostri compatrioti sono entrati accompagnati da una dignità umana e storica che li precedeva: la tradizione della cultura del nostro popolo. Non potevano non sentire nel momento dell’allontanamento, quante cose abbiamo letto e visto di quel periodo, che la memoria di una cultura di popolo certamente si rompeva, ma tuttavia li accompagnava e fioriva con loro in modi nuovi e in mondi nuovi. Questa emigrazione italiana è stata l’inizio di nuove civilizzazioni, penso all’America latina e non solo. Città, convivenze sociali, largamente influite dalla tradizione culturale religiosa di questi migranti e che diventavano un modo nuovo di essere presente della tradizione culturale e sociale cattolica in situazioni nuove. Ricordo che appena sono arrivato nella diocesi di San Marino Montefeltro sono stato invitato a visitare i sammarinesi che erano presenti a Detroit da decenni raggiungendo la ragguardevole cifra di quasi un milione tenendo conto che San Marino ha meno di trentamila abitanti. Questa gente aveva così sapientemente integrarsi nel tessuto sociale di Detroit da essere divenuti elementi di punta. Mi hanno raccontato, perché io non ci sono potuto andare, che avevano ricostruito in modo estremamente preciso la Pieve di San Marino; avevano mantenuto tutte le tradizioni culturali e religiose delle feste religiose e civili, e quindi era per loro come un prolungamento non nostalgico, ma vivo della tradizione da cui venivano e di cui erano, in qualche modo, protagonisti. Questa migrazione di cui parliamo oggi, che ha qui alcuni significativi protagonisti non è una migrazione sul filo della ricerca della dignità, ma è innanzitutto la fuga da una situazione di ingiustizia radicale e di orrore. Abbiamo saputo di gente che è arrivata in occidente stipata in camino di legnami, ma abbiamo anche saputo e letto di gente che non è mai arrivata in occidente, perché è arrivata morta distrutta dal freddo, dalla fame, dalle intemperie. Quando si farà la storia di questa migrazione si dovrà certamente tener presente che c’è una radice orrenda. La radice della incapacità ad accogliere in patria coloro che per ragioni diverse in patria vengono sentiti come estranei e ostili per ragioni di carattere, sociale, politico, ideologico etnico e quant’altro. L’Europa è uno scacchiere tremendo in questo senso perché i migranti che arrivano qui hanno dietro le spalle questa espulsione sostanziale di una diversità che in patria non si è voluta o potuta accogliere, non si è voluta e potuta integrare. L’integrazione che viene cercata qui può essere la prima integrazione a cui molti di voi tendono, perchè la prima integrazione, quella che doveva accadere nello spazio della propria tradizione familiare, culturale, religiosa e civile non è accaduta. Credo, dunque, che non sia giusto affrontare questi problemi senza cercarne le radici e qui c’è una radice vergognosa di cui l’occidente, in particolare l’Europa, deve farsi carico, perché noi accogliamo gente che è stata espulsa dalla loro patria senza nessun effettivo motivo, ma per una ragione di carattere ideologico e quindi falsa e falsificante. L’esperienza ferrarese mi è sembrata una esperienza significativa e più piena di possibilità per il presente e per il futuro. È una storia di memoria. Noi che vi accogliamo e voi che chiedete questa accoglienza, e la ricevete con maggiore o minore ampiezza, con maggiore o minore consapevolezza, ci incontriamo su qualche cosa che viene prima dell’essere accoglitori o accolti. Noi ci incontriamo sulla memoria di una grande esperienza di popolo che precede le nostre differenze ed a ragione delle nostre differenze. Sento così viva, potente e stimolante la grande certezza paolina di cui mi faccio carico e che vorrei fosse davvero sempre l’ispirazione della mia vita e del mio lavoro: «Non c’è più né greco né barbaro, né schiavo né libero, né uomo né donna, perché voi siete tutti un essere solo in Cristo Gesù». Questo è il primo dato che metto in comune con voi da qualsiasi condizione veniate e in qualsiasi situazione vi troviate, avete potuto incontrarvi, lo diceva Marchetti in maniera significativa, con una capacità di aiuto che quelli che vi hanno preceduto in questa esperienza non hanno potuto fare, basti pensare alle file e le notti passate in attesa per avere un pezzo di carta, un documento. Noi però, non vi accogliamo innanzitutto perché crediamo di essere più buoni di voi, e neanche soltanto perché siamo più fortunati di voi, -non avendo ancora, e dico ancora, perduto la libertà e la dignità che purtroppo si possono perdere in qualsiasi momento, quando il gioco delle vicende culturali, sociali e politiche volgono in un senso o in un altro,- ma vi accogliamo perché abbiamo in comune con voi, non esplicitamente magari la stessa tradizione cattolica, quella esperienza di cultura che nasce dalla fede cattolica e che fa comunque degli uomini una realtà una che precede l’essere greco o barbaro, l’essere schiavo o libero, l’essere uomo o donna. Questa è la mia certezza, ma è anche la certezza che si riverbera e che è all’origine di tutte le iniziative di accoglienza e di tutta la compagnia che ci faremo e certamente tutto questo deve essere ascritto ad onore della cristianità ferrarese e di tutta la realtà sociale di Ferrara. Penso a questa straordinaria capacità di accoglienza, a questa enorme pagina di volontariato che ho visto scriversi davanti ai mie occhi da tanti cattolici, da tanti laici, da tante associazioni, in questo anno e poco più che sono qui. Noi siamo una cosa sola e ci accogliamo su quella profonda consapevolezza della unità che ci lega come uomini e come figli di Dio e, dentro questa unità, noi sentiamo di poter fare un tratto di strada insieme, ciascuno dando, a questo tratto di strada, la caratteristica del suo impegno, della sua responsabilità e della sua creatività. Quanto appena detto, è ciò che io vorrei fosse chiaro, perché è l’unica cosa che io ho da mettere in comune. I soldi diminuiscono sempre di più, i sostegni delle istituzioni, -non per cattiva volontà di nessuno,- si riducono progressivamente, i problemi assumono aspetti sempre più gravi; per esempio, il vice presidente della provincia faceva riferimento ad una necessità di una professionalizzazione, e questo non è poco, perché implica un adeguamento di tutte le strutture formative della nostra comunità. I problemi certamente ci sono, ma prima dei problemi c’è una unità che ci consente di stare in piedi di fronte ai problemi, di assumerli con verità e con responsabilità. Ecco emergere, dopo la parola orrore, la parola responsabilità. Se la parola orrore ci spinge sempre a far giustizia quando si parla delle grandi vicende umane, pensando che la storia che noi abbiamo alle spalle è una storia orrenda, di violenza e di mancanza di amore alla persona, ci ritornano alla memoria nomi, cognomi e precise responsabilità che non vale neanche la pena di citare, ma che ci sono. Questa storia poi però diviene una storia di speranza e la parte della Chiesa, in questa speranza, è che ripropone la speranza delle speranze che è, prima delle divisioni, prima delle differenze, prima della contrapposizioni, prima delle dialettiche, l’unità fra noi, ossia la certezza di appartenere ad un unico destino, il destino di coloro che sono contemporaneamente o si sentono figli della natura umana e figli di Dio. Su questo allora si innesta la parola della responsabilità. In questi anni e negli anni a venire ciascuno di noi deve prendersi la sua responsabilità e la responsabilità è la grande dinamica positiva e creativa. Pensate, e lo dico con nessun risentimento, io non mi posso sentire più lontano dagli ucraini, dai kosovari e quant’altri, e più vicino alla civiltà belga che ha votato in parlamento l’eutanasia ai bambini al di sotto di una certa età e non sentirmi invece più vicino a quella tradizione religiosa, culturale e civile dei vostri popoli che hanno conservato, nonostante la tragedia dell’ideologia, alcuni valori di fondo sostanziali. Per voi la famiglia non è qualche cosa da distruggere come nell’occidente ateo, anticattolico, laicista, consumista, istintivo per cui i diritti sono i capricci degli uomini riconosciuti dalle istituzioni. Per voi sono fondamentali i valori della cultura, della civiltà, della famiglia, della maternità, della paternità, e sono questi che ci accomunano più precisamente. La Chiesa non può non sentire più vicini coloro che non hanno smarrito totalmente la tradizione di fede e di cultura che ha segnato per secoli la civiltà occidentale. Certamente siete più vicini voi di coloro che, consapevolmente o meno, si adoperano nell’impresa di distruggere ciò che rimane della tradizione cattolica. Sono stato a Bruxelles, al parlamento europeo, per un audizione sulla famiglia, perché ogni tanto anche lì si ricordano che la famiglia richiama la Chiesa che non è una realtà indifferenziata, ma nella chiesa ci sono i vescovi che ci sono i vescovi che hanno una funzione specifica e dunque hanno fatto, bontà loro, una audizione di un vescovo della Chiesa cattolica italiana. Sono rimasto inorridito dal clima di questi livelli alti dell’istituzione, ma soprattutto dal clima della vita sociale di una città, che è comunque capitale di un paese significativo, perché tutto sembra vissuto da questo permissivismo morale, da questo qualunquismo per cui il benessere la fa da padrone in tutti i campi. Questo per dire che abbiamo una responsabilità non indifferenziata, ma dobbiamo favorire la responsabilità di coloro che sono vicini, o che non sono ancora così lontani, che hanno dei valori comuni su cui giocare, che hanno una tradizione di memoria e un presente e possono costruire un futuro, e allora per noi la famiglia non è un problema, ma una esperienza da rinnovare. Io, come arcivescovo di Ferrara, conto di poter evocare ai cristiani di Ferarra una esperienza di famiglia che qui magari si è perduta di più che da voi. Ecco allora che la vostra presenza può farci incontrare, come una realtà presente oggi, quello che rischia di essere semplicemente una nostalgia del passato molte volte non più conosciuta, perché i ragazzi, delle scuole medie, delle superiori e dell’università, fanno fatica a ricordare che cosa sia stata nel nostro paese per secoli la famiglia. Ci incontriamo responsabilmente su certi valori che ci arrivano dalla storia dei nostri paese, dalla storia delle nostre tradizioni, dalla storia delle nostre culture che sono un presente sul quale possiamo largamente comunicare e sul quale possiamo assumerci una responsabilità comune. E da ultimo, la responsabilità di che? La parola integrazione, come l’ha ricordata così documentatamente e appassionatamente Mons. Perego, è una parola sintetica. Noi dobbiamo responsabilmente cercare di generare una società nella quale sia possibile l’integrazione. L’integrazione è un novum, è un qualche cosa che si deve creare, che negli Stati Uniti d’America, o nell’America del Sud, è nata quasi impetuosamente né senza tanta consapevolezza critica, qui invece deve nascere con una consapevolezza profonda. Ecco, io vorrei richiamare a me stesso e a voi la condizione delle condizioni, per questa costruzione, che si chiama rispetto. La condizione fondamentale per vivere intensamente il presente, pur nelle sue differenziazioni e pur nella sua unità, si chiama rispetto. Noi abbiamo bisogno di dare un contributo al dialogo fra le varie realtà presenti nella nostra società ispirato dal rispetto e il rispetto è il riconoscimento che l’altro, quale che si ala condizione in cui vive, la realtà da cui proviene, le caratteristiche fondamentali della sua etnia, le sue virtù e i limiti che caratterizzano ogni esperienza etnica, rappresenta un valore che non può essere manipolato da nessuno. Il rispetto è il rispetto a quel mistero ultimo e profonda del cuore umano che viene prima di ogni differenza, di ogni condizionamento, di ogni esperienza positiva o di ogni limite. Attorno all’anno 160, dicono gli storici, la comunità cristiana di Roma, che era la prima comunità del mondo cristiano di allora, sentì la responsabilità di presentarsi al mondo pagano e ne venne un documento straordinario, che per secoli la cultura cattolica ha vissuto quasi come un prolungamento della sacra Scrittura, intitolato “Lettera a Diogneto”, ossia la lettera dei cristiani ad un figlio di Zeus, Diogneto, e quindi al paganesimo. In questo documento viene descritto il cristianesimo in maniera straordinaria, perché il cristianesimo, dice l’autore, non è una ideologia, non è una prassi religiosa, e aggiunge: «noi non ci distinguiamo né per lingua, né per tradizione, né per vestito e neanche per dieta» che erano invece le grandi differenziazioni fra greci e barbari, ebrei e non ebrei, ecc. Noi ci differenziamo per quella dottrina sociale mirabile e paradossale che è la comunione. Descrive la comunione, questa capacità di accoglienza che va al di là di tutte le differenze, e per cui non vengono gettati giù dalla rupe i bambini deformi, per cui viene praticata l’ospitalità e non la violenza. Ad un certo punto l’autore si ferma e scrive una frase di mezza riga: «Avevano una capacità di rispetto ignota a tutti». Io credo che il tempo, amici e fratelli miei, che la provvidenza ci fa vivere insieme a tutte queste profonde sollecitazioni e contraddizioni, -che trovano la loro registrazione anche nelle disamine di carattere scientifico, come quella che abbiamo così lodevolmente potuto seguire oggi per la responsabilità e l’efficacia di una realtà come la realtà dei migrantes in Italia,- sia un tempo in cui siamo chiamati a creare responsabilmente una società diversa. Una società che nel giro dei decenni, se non dei secoli, le differenze di partenza saranno profondamente superate e daranno luogo ad una forma nuova di unità che non sarà la contrapposizione di ciò che c’era all’inizio. Queste differenze che ci stanno alle spalle tendono a diventare, per noi e attraverso di noi, una forma nuova di vita e di civiltà, ma la questione delle questioni è che tutti noi contribuiamo a che si crei una società in cui il rispetto dell’altro, qualsiasi esso sia, costituisca il fondamento della società e il movimento stesso della società. Grazie.
(non rivisto dall'autore)

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