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RIFLESSIONE DELL'ARCIVESCOVO AI SACERDOTI

9 ottobre 2014 - settimana Madonna delle Grazie. Incontro dei sacerdoti in Seminario a Ferrara

10/10/2014

Appunti offerti da don Michele Zecchin.

Riprendere una convivenza nel presbiterio, convivenza che non va mai data per scontata. Chiediamo questo dono per l’intercessione della Madonna delle Grazie.
Pensiero alla avventura di Maria: avvenimenti che nella loro assoluta eccezinalità confermavano che il suo destino e quello del suo figlio erano staordinari. Ma poi sono cominciate le cose di tutti i giorni, la vita quotidiana, le inevitabili incomprensioni. La vita del figlio sembra smentire le promesse: tutti lo conoscevano come il figlio del carpentiere.
La nostra convivenza deve tenere tutta l’ampiezza della promessa. Piedi e cuori radicati nella promessa del cambiamento totale della nostra vita. Il sacerdozio ci è stato dato per maturare nella santità. Serviamo il popolo di Dio perché accada in noi il sacerdozio regale, profetico e sacerdotale. La vita quotidiana non può essere vissuta come progressivo allontanamento dalle promesse. Deve essere umile richiesta allo Spirito che qui ed ora riaccada quel che è cominciato.

Dialogo, possibilità di intervenire in modo franco, libero, ragionevole.
Strumento di lavoro: il Direttorio sulla vita e il ministero dei presbiteri.

1. Come dare alla nostra convivenza di presbiteri uno spazio reale di familiarità? Come fare accadere una ‘parentela’ nel nome del Signore, che ci aiuti a crescere senza sostituirci nelle responsabilità che dobbiamo assumere in certi livelli di discernimento e coinvolgimento? Non sostituirci, ma sostenerci! Mi sembra che sia un momento favorevole, e io sono chiamato in prima persona ad assumermi questa responsabilità.
- Ho notato nell’esperienza seminaristica di alcuni di voi, nelle varie fasce, che si sono create amicizie serie e significative, che hanno resistito nel tempo e nelle varie situazioni. Pericolo che vengano portate avanti automaticamente, rimanendo a livello psicologico e consolatorio. Una amicizia deve essere aperta e non esclusiva.
Vicariato: è un livello importante, luogo in cui il contatto può essere frequente e favorire una amicizia non datata anagraficamente, perché nasce dentro ad un comune impegno. Il quarantenne e l’ottantenne non devono sentirsi diversi, dovesse essere così si farebbe prevalere il parziale (la diversità d’età) sull’essenziale (il ministero). Gli incontri vicariali non sono cda di imprese (in via fallimentare) o di onlus. Reticenze reciproche nel nome di un buon senso comune ha portato situazioni pesantissime per la diocesi oggi.
Dare spazi oggettivi in cui declinare la famigliarità di un presbiterio unico.
Non facciamo una alternativa ai monaci. Dobbiamo aiutarci a vivere la communio sacramentale che ci lega a Cristo e al nostro popolo. Il prete ha una spiritualità ecclesiale, che sta al centro e può eventualmente essere arricchita da doni e carismi particolari.
L’amicizia tra preti, dove c’è, può rimanere ‘naturalistica’, di nostalgia del passato, oppure come un tentativo di condizionare la libertà.
Penso ad una amicizia che porti al dialogo, che impedisca la solitudine che è non è una virtù (come non lo è l’ignavia). Il signore non ci chiede l’assenza o la rottura dei legami

2. Come comunicare al nostro popolo il cammino che quest’anno apre?
Il giorno conclusivo della settimana della Madonna delle Grazie il vescovo fa un po’ il punto. L’anno scorso non ho sfruttato questa occasione. Quest’anno comunicherò prima il testo compiuto di quel breve intervento, con le cose più urgenti che voglio comunicare alla nostra società.
Gesù Cristo non si è opposto a nessuno: si è proposto. Rendiamoci conto delle grandi povertà in cui viviamo.
Anzitutto la povertà materiale, su cui abbiamo fatto e faremo. È spaventosa ed ha bisogno di essere compresa, amata, portata nel vivo del nostro cuore. Custodire la povertà dei nostri poveri, specie là dove non è di immediata evidenza.
Poi la povertà spirituale e culturale, che è non meno spaventosa, e che è anche dove la gente è ricca e invidiata. Dobbiamo sentirci mandati a rispondere. Con la capacità di condividere e con la chiarezza dell’annuncio. La povertà culturale ha una soluzione: è l’annunzio di Cristo. L’esito di questo dipende dalla libertà degli uomini. Vedi la parabola del seme: una autopresentazione di Gesù che si sottopone alla libertà degli uomini.
Gioele: i figli dei vostri figli vagheranno spinti dalla fame della Parola, e non ci sarà nessuno che la proclami.
Annunzio come apertura di una prospettiva di vita nuova.
Si può annunciare male, ma la soluzione non è quella di non annunciare più! Bisogna annunciare bene. Proporre e non imporre. La verità cristiana si pone come risposta esauriente al bisogno dell’uomo e come tale è proposta! La verità non esclude, ma include. La nuova evangelizzazione richiede di ritenere che l’annuncio è inevitabile dovere di coscienza cristiana e sacerdotale. Guai a me se non predico il vangelo! Coniugare verità e carità è importantissimo. Non vanno contrapposte! Non sottrarsi all’annuncio ‘perché non è il momento, perché sennò sembra una crociata…’! Il mondo sta crepando nella sua disperazione e noi non annunciamo? Una Chiesa silenziosa non è la mia Chiesa. Il mandato della Chiesa è la predicazione, e non solamente il conforto: su questo altri ci battono (e sono pi furbi perché si fanno pagare).

3. Mi prendo la responsabilità di dire alla società di Ferrara tutta la violenza sulla vita, quella nascente e quella che soffre di certe patologie e perciò è dalla scienza considerata ‘non normale’. Aborti, manipolazioni genetiche, uteri in affitto… sono cose che a una certa generazione cristiana sembrano Sodoma e Gomorra. Non possiamo non dire che questo è assolutamente negativo e riprovevole. La società deve stare attenta: non rischia la barbarie (che era una cosa seria: i barbari erano aperti alla civiltà), ma la barbarie di ritorno, che nasce dalla negazione della tradizione cristiana che ha informato secoli di cultura europea. Il delitto contro i piccoli e i poveri diventerà incontrollabile. L’eugenetica anglo americana del XIX secolo, diventata drammatica realtà nel nazismo ora prende concretezza nella nostra società nella apparente normalità. Io non ci sto ad accettare che queste cose diventino ‘di routine’ senza dire nulla.

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