Omelia S. Messa del 1 maggio 2017 in Cattedrale

Iniziativa coordinata dall'associazione ANTEAS
01/05/2017
Sia lodato Gesù Cristo!
Vi accolgo con il consueto affetto e con la gratitudine di chi riconosce nella vostra presenza nella società un fattore fondamentale di affermazione dei diritti di Dio e insieme di solidale lavoro per il riconoscimento dei diritti dell’uomo che lavora.
La chiesa sa, e già il libro della Genesi ce lo ha ricordato efficacemente, che la radice profonda del lavoro è nel cuore dell’uomo. Il lavoro è una espressione inesorabile della natura profonda dell’uomo, perché l’uomo investe la realtà con una sua cultura, con una sua concezione delle cose e cerca di investire anche la realtà cercando di renderla il più simile possibile alla concezione buona della vita. Questa dimensione Dio l’ha fatta sua in modo singolare, perché il figlio di Dio è venuto nel mondo per la salvezza del mondo, è stato presentato e riconosciuto come il figlio del carpentiere e, parlando del mistero del Padre eterno presente nella sua vita e fonte della sua missione, ha potuto dire che il Padre è l’eterno lavoratore.
Noi sappiamo, dunque, che, per la presenza operante del Signore, il nostro lavoro non è soltanto l’espressione della nostra personalità, il cammino faticoso perché le cose, le situazioni, i rapporti in modo giusto e positivo, ma alla radice di tutto c’è il mistero di Dio del quale possiamo diventare imitatori.
Il lavoro cristiano è una profonda, sostanziale imitazione del Padre. Il valore profondo del lavoro sta nel fatto che è espressione della personalità cristiana ed è imitazione della presenza del Padre. Proprio perché la Chiesa conosce questo da sempre e ha vissuto questa profonda consapevolezza ha potuto concorrere a quella solidarietà che nei secoli, e più marcatamente negli ultimi secoli, ha affiancato tutto l’immenso lavoro umano, storico e sociale, affinché il lavoro fosse per tutti una realtà positiva. Si è lavorato e si deve lavorare perché il lavoro fosse non soltanto un condizionamento di carattere economico, politico, ma fosse al centro della vita della persona e quindi alla base della vita sociale. In tutto questo la Chiesa è stata estremamente attenta a non facilitare in nessun modo una realtà o diverse realtà che partendo dalla necessità di lottare per gli uomini e per il lavoro degli uomini finivano per determinare nella vita della società formulazioni ideologiche inaccettabili per la verità di Dio e per i diritti dell’uomo. La Chiesa ha vissuto questa suprema e positiva criticità evitando di diventare semplicemente una realtà che approvava incondizionatamente ogni tentativo o ogni sforzo e il tempo è stato così galantuomo che il problema ci viene presentato dalla vita stessa della società in termini che sono assolutamente oggettivi.
Noi cristiani vogliamo collaborare in forza della nostra identità cristiana, in forza della verità del nostro essere figli di Dio che si impegnano nel mondo per esprimere la propria identità, mettendosi al servizio della società e cercando di contribuire affinché le dimensioni fondamentali della società stessa, prima fra tutte il lavoro, servano ad esprimere la personalità e concorrano alla creazione di una società giusta, solidale, capace di sacrifici, capace di cammini comuni e capace di soluzioni che possano essere ampiamente condivise.
Non noi abbiamo superato l’esame della storia, ma Dio ci ha aiutato a superare gli esami della storia e oggi con una consapevolezza certamente più grande che dobbiamo al grande insegnamento conciliare, soprattutto alla Gaudium et spes, e al straordinario magistero di San Giovanni Paolo II, come non ricordare lo splendido documento Laborem exercens (Enciclica del 14 settembre 1981) che ha segnato il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa sul lavoro, noi abbiamo le carte in regola perché la società non abbia paura della nostra presenza. Tuttavia pur non avendo paura della nostra presenza deve garantire alla presenza cristiana, come a qualsiasi altra presenza, la più completa libertà e la più ampia capacità di intervento. Il lavoro, dunque, è una imitazione di dio e di Cristo e della sua testimonianza e insieme una solidale partecipazione alla vita e ai problemi della società in modo che essa sia sempre il meno possibile lontana dai criteri di equità, di giustizia, di solidarietà e di sussidiarietà.
Voi siete stati in questi anni nel mondo del lavoro una presenza viva e inesorabile che ha richiamato voi stessi e gli altri a non perdere i fattori fondamentali della Dottrina cristiana sul lavoro che al Chiesa offre come base di confronto comune e di dialogo comune.
Il Signore ha largamente benedetto i vostri sforzi e ha fatto sì che la vostra presenza, pur non numerosa, rappresentasse un modo con cui al Chiesa poteva essere presente nella vita sociale e nella problematica talora lacerante del lavoro e della sua giustizia.
Continuate questa missione e sappiate ogni giorno declinare con perfetto e singolare equilibrio l’affermazione dei diritti di Dio e il servizio al riconoscimento sempre più profondo e sempre più operativo dei diritti dell’uomo. In questo diventate testimoni della presenza di Cristo, cominciando da coloro che ci sono vicini e spingendo la nostra volontà di servizio fino agli estremi confini del mondo. Così sia.